“Novecento criminale” ospite di “Tiempo devorado”, Revista de historia actual.

Mob AttractionLa rivista spagnola di Storia Contemporanea “Tiempo devorado” ha dimostrato grande interesse per il nostro percorso dedicato a “Novecento criminale” ed ospita questo mese un articolo di Ciro Dovizio dedicato al tema “Riflessioni sulla storia delle mafie in Italia: un’ipotesi interpretativa“. Francisco Veiga inoltre introduce il nostro articolo con alcune considerazioni sul nostro progetto di grande sensibilità, di cui siamo molto orgogliosi. Un sentito ringraziamento a tutta la redazione di “Tiempo devorado”, che speriamo di poter ospitare nell’autunno del 2015 a Milano per un seminario di approfondimento e contaminazione!

Le versione in spagnolo dell’articolo di Ciro Dovizio è disponibile sul sito di “Tiempo devorado”, mentre di seguito vi proponiamo la versione in italiano. Buona lettura.

Riflessioni sulla storia delle mafie in Italia: un’ipotesi interpretativa

di Ciro Dovizio, Lapsus, Milano, Aprile 2015. Questo articolo riprende un ragionamento iniziato con la mostra “Novecento criminale. Mafia, camorra, ‘ndrangheta”, realizzata dall’Associazione Lapsus ed esposta nel febbraio 2015 a Cinisello Balsamo (MI).

Nel recente dibattito storiografico è emersa da più parti la tendenza ad inquadrare la storia delle mafie (1) italiane all’interno di una prospettiva analitica unitaria (Ciconte 2008; De Saint Victor 2012; Dickie 2011, 2013). Pur nella diversità di vedute, comune agli studiosi di questo indirizzo è l’intento di convogliare in un’unica narrazione l’insieme dei fenomeni che vengono definiti, genericamente, “mafiosi”. Il ragionamento messo in atto muove da un assunto preliminare, talvolta non esplicitato: la possibilità di estrapolare dalle esperienze storiche di Cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta, tenendo conto delle dichiarate differenze, un modello idealtipico cui fare riferimento nel corso della ricostruzione.

Altri hanno messo più volte in guardia sul rischio di formulare «un unico schema, valido per tutte le situazioni e per tutti i tempi» (Lupo 1996a, p. 26; Lupo 2010), essendo il fenomeno mafioso «molto differenziato a seconda dei diversi contesti spaziali e temporali» (Sciarrone 2009, p. 21). La preoccupazione è fondata, poiché l’argomento è da sempre oggetto di interpretazioni deformanti, non di rado inclini al sensazionalismo e alla mitologia, spesso ricalcate su stereotipi di lungo corso, che non hanno riscontro sul piano dei documenti (Lupo 1996a). Anche letture più circostanziate hanno spesso estremizzato l’importanza di un aspetto a discapito degli altri, rendendo univoca la spiegazione di un fenomeno come la mafia che per sua natura è «multidimensionale» (Sciarrone 2009, pp. 19-23).

Ciò premesso, condizione necessaria per chi si accosta alla materia è quella di non confondere, tra le visioni contrapposte, il dato empirico con quello ermeneutico, interpretando «come proprietà del fenomeno ciò che è piuttosto uno schema di intelligibilità» (Ibid. p. 7). Ogni modello analitico, considerato il margine di genericità ad esso intrinseco, deve essere perfezionato, adeguato e precisato in relazione agli oggetti o alle linee di tendenza particolari che si vogliono approfondire (Ibid.). Un paradigma di riferimento non può essere applicato a un problema specifico senza evidenziarne la parzialità o prescindendo dalle fonti cui si rivolge. Simili precauzioni metodologiche, valide in qualunque situazione, sono ancor più indispensabili se, come in questo caso, si è alla ricerca di una nuova ipotesi interpretativa per la storia delle mafie, nella convinzione di poter giungere ad una sua più efficace periodizzazione.

Il tentativo prende avvio da due considerazioni generali: in primo luogo va rilevato che nelle opere di sintesi citate all’inizio, per molti versi di grande pregio, la narrazione è unitaria, procede per nuclei tematici e diacronici efficaci, ma non è sostenuta da un paradigma teorico in grado di far emergere dal quadro i meccanismi di rinnovamento intrinseci alla storia della grande criminalità mafiosa. In secondo luogo, l’esigenza di concetti validi sul periodo medio-lungo appare lampante se si volge lo sguardo ai modi con cui il tema viene trattato sulla scena pubblica: la piazza mediatica ci ha abituati infatti a considerare le organizzazioni criminali come soggetti fuori dal tempo, situati in una dimensione meta-storica, priva di riferimenti cronologici e in certo senso compressa in un eterno presente voluto sempre uguale a sé stesso.

Invece mafia, camorra e ‘ndrangheta sono fenomeni criminali nati oltre un secolo e mezzo fa, nei decenni centrali del XIX secolo, sotto una stessa cornice politica e istituzionale, il Regno delle Due Sicilie di casa Borbone, e con alcuni tratti in comune discriminanti rispetto ad altre forme di delinquenza associata. Ogni singola aggregazione si è sviluppata in maniera autonoma, in un contesto storico-sociale preciso e con caratteri peculiari, ma è altrettanto vero che tali forme di criminalità, secondo quanto ci è dato sapere dalle fonti, siano apparse in un periodo relativamente circoscritto e in un quadro geopolitico condiviso, costruendo fra loro nel tempo numerosi punti di contatto, relazioni, spazi di comunicazione (Aitala 2013).

I primi aggregati di tipo mafioso si formano sul modello delle sette segrete anti-borboniche e della massoneria nella stagione d’incubazione del movimento nazionale. Da associazioni di questo tipo viene mutuato il variegato patrimonio organizzativo, rituale e simbolico che da allora diverrà caratteristico dell’universo mafioso, mantenendosi talvolta inalterato fino ai giorni nostri. Tenendo presenti differenze sostanziali fra i rispettivi ambiti di nascita e sviluppo, vettori comuni d’irradiazione dei fenomeni sembrano essere stati le carceri e l’esercito (Sales 2014). A questi ambienti si riferisce in relazione alla camorra napoletana Marc Monnier (1862), scrittore svizzero fra i primi studiosi della camorra (Marmo 2011); nelle prigioni palermitane è ambientata l’opera teatrale “I mafiusi de la Vicaria” (1863) di Giuseppe Rizzotto e Gaspare Mosca (Lupo 1996a), la prima testimonianza scritta a registrare l’esistenza di un sodalizio criminoso noto come “mafia”; è nelle isole confinarie e nelle case di pena che i proto-mafiosi incontrano i circuiti della cospirazione.

Dunque queste prime forme di crimine associato ricalcano schemi, simbologie e pratiche delle sette segrete dei ceti aristocratici e borghesi (Ciconte 1992; Barbagallo 2010) o si modellano a partire dalle squadre della stagione rivoluzionaria di Sicilia (Pezzino 1990). In questi nessi sembra trovino spiegazione il carattere elitario e in certo senso solidaristico tipico dei gruppi mafiosi; la loro tendenza a rappresentarsi quali difensori delle rispettive comunità di appartenenza, e in special modo dei loro elementi deboli (Lupo 1996a); il loro ergersi a custodi di valori tradizionali quali l’onore: concetto anch’esso di derivazione nobiliare e denotante la regola d’obbedienza in vigore nelle società di mafia (Lupo 2007, pp. 101-107).

Non si limitano a queste le caratteristiche condivise da Cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta. Prendendo le distanze dal quadro e osservandone la storia da una prospettiva d’insieme è stato possibile identificare un nucleo di specificità comuni che hanno consentito loro di incarnare nella vicenda italiana una funzione precisa, quella di dare corpo a un “lato oscuro” della modernizzazione: la presenza di un vincolo coercitivo condiviso dagli associati e di strutture organizzative a geometrie variabili, garanzie da un lato di compattezza, identità e impenetrabilità, dall’altro di flessibilità e capacità di adattamento; la tendenza ad esercitare mediante il ricorso alla violenza un dominio serrato del territorio, fonte di consenso e riconoscimento sociale; soprattutto, il capitale relazionale, vale a dire la capacità di allacciare rapporti e di costruire reti sociali (Sciarrone 2009; Aitala 2013).

Grazie a questi principi costitutivi forme di delinquenza locale, tradizionalmente insediate in territori circoscritti e talvolta marginali, sono state in grado di autoperpetuarsi nel tempo sotto forma di gruppi strutturati, sono riuscite in qualche modo a “istituzionalizzarsi” attraversando tempo e spazio con successo, configurandosi come modelli vincenti di radicamento territoriale ed espansione transnazionale (Sciarrone 2002, 2009; Aitala 2013).

Gli studi più aggiornati sottolineano «l’importanza di adottare una prospettiva di tipo processuale per comprendere i meccanismi di espansione delle mafie nelle aree non tradizionali» (Sciarrone 2014, p. 27). Invero, l’intera esperienza storica dei fenomeni mafiosi non può essere considerata un continuum, ma è da inserire in quadri analitici che accanto alle innegabili continuità siano in grado di riconoscere ed evidenziare le grandi discontinuità ai diversi livelli: diffusione territoriale, razionalizzazione organizzativa, sviluppo reticolare ed economico (Ibid.).

Tuttavia, con ciò non si dimentichi l’impossibilità di dare credito a letture tanto classiche quanto fuorvianti: si pensi alla dicotomia tra vecchia e nuova mafia (Lupo, Mangiameli 1990; Lupo 2010) o alla tesi di una mutazione genetica del fenomeno identificabile a cavallo tra gli anni sessanta e settanta del secolo scorso (2).

Dunque, se inquadriamo in un’ottica processuale la storia complessiva delle tre mafie, considerandole sia singolarmente sia nel loro insieme, è indubbio che attraverso itinerari propri, ma in un crescendo di contatti reciproci, esse abbiano acquisito con il ventennio 1970-90 dimensioni  senza precedenti (Lupo 1996b, p. 16), tali da indurre a collocare in questa fase lo snodo preminente di una “rivoluzione criminale”, in particolare per quanto riguarda alcuni specifici aspetti.

Peculiarità di questo processo è innanzitutto il suo articolarsi lungo traiettorie complesse e fino a un certo punto indipendenti. Il caso della mafia siciliana è il più precoce ed emblematico: essa si caratterizza fin dalle origini per una forte proiezione internazionale e in America si sviluppa non mediante un trapianto, ma per un processo di «interconnessione e ibridazione» (Lupo 2008, p. 4). Le sue sorti si intrecciano con la mafia americana per oltre un secolo, durante il quale forme organizzative e orientamenti all’azione attraversano l’oceano da una parte all’altra in modo continuativo, dando luogo a incroci e innesti. Nel secondo dopoguerra essa vive una fase di rinnovata espansione, che si arresta all’inizio degli anni sessanta per riprendere con slancio nella seconda metà del decennio. In questo lungo periodo, come in passato, sono aspetti della modernità ad offrire i maggiori spazi di crescita: da un lato i finanziamenti pubblici e il nesso con le élite alimentano la speculazione edilizia nell’area di Palermo; dall’altro l’interconnessione degli spazi geografici intensifica i flussi di traffico illecito. Nella stessa fase la storia della mafia si annoda a quella della camorra, la cui vicenda è più antica, ma soggetta a forte discontinuità: essa accede al grande contrabbando di sigarette e poi di stupefacenti da posizione subalterna, ma presto si autonomizza esprimendo progetti indipendenti di radicamento ed espansione (Barbagallo 2010).

Dalla neonata rete camorristico-mafiosa altre organizzazioni traggono risorse per svilupparsi: la ‘ndrangheta calabrese, di più vecchia data, e la Sacra corona unita pugliese, di recente formazione. La prima, emancipandosi dagli altri gruppi, assumerà negli anni ’90 l’egemonia dei mercati illegali, estendendosi in molte regioni del centro-Nord Italia, particolarmente in Lombardia (Sciarrone 2014), e in diverse parti del mondo (Ciconte, Forgione, Sales, 2012).

Come si vede, le diverse traiettorie tendono a convergere proprio nel periodo 1970-90, durante il quale

mafia, camorra e ‘ndrangheta passano – dalla loro originaria condizione di forme delinquenziali regionali, più o meno tradizionalmente insediate nella Sicilia occidentale, nel napoletano e nella Calabria meridionale – ad allargare la loro influenza a una parte molto più vasta del territorio meridionale, trapiantandosi attraverso la rete dei traffici illeciti, che li legano ad altri gruppi autoctoni o immigrati, nell’Italia del Nord, acquisendo insomma una dimensione e un potere che non hanno precedenti (Lupo 1996b, pp. 15-16).

È l’epoca in cui la violenza mafiosa si fa più intensa, assumendo toni eversivi; in cui viene alla luce il fitto reticolo di collusioni che collega le organizzazioni criminali all’establishment politico ed economico; in cui il paese attraversa il terrorismo politico e mafioso, l’effimera stabilizzazione degli anni ’80 e infine il crollo del sistema politico repubblicano all’inizio del decennio seguente.

Sintetizzando, le trasformazioni più importanti di questa stagione, che consentono il salto di qualità dei poteri mafiosi, riguardano l’estensione del loro capitale sociale (Sciarrone 2009, pp. 46-54). A scompaginare gli equilibri è l’enorme flusso di denaro proveniente dal commercio di stupefacenti (Becchi, Turvani 1993), per il controllo del quale esplodono conflitti violenti, in particolare nella mafia e nella camorra. L’aumento delle risorse obbliga i mafiosi ad allargare i circuiti di riciclaggio: si rivela più che mai necessario diversificare gli investimenti nell’economia legale, circostanza che produce un inedito addensamento della «zona grigia» (3). L’infiltrazione del sistema economico raggiunge livelli allarmanti: quote di società del terziario, segmenti del comparto edilizio e immobiliare cadono sotto il controllo dei gruppi mafiosi (Sciarrone 2014). Nel contempo anche i traffici si rinnovano: ad armi e droga si affiancano i rifiuti tossici interrati in Campania o scaricati in mare. Tuttavia, questa fase non può essere intesa nei termini di una trasformazione genetica delle mafie, perché con essa non viene stravolto il loro nucleo più caratteristico: l’organizzazione del controllo territoriale.

Richiamando un noto paradigma analitico, quello che distingue nelle mafie power syndacate ed enterprise syndacate (4), si può dire che la “rivoluzione criminale” abbia implementato a dismisura il secondo di questi campi di attività. Tuttavia, anche se le risorse sono aumentate a livello esponenziale, e ciò significa denaro, contatti politici e affaristici di ogni tipo, il nesso strutturale con il territorio non è stato abbandonato.

Dalla fine della guerra fredda anche il mondo delle mafie è cambiato molto. Cosa nostra, dopo la repressione subita negli anni ’90, si è indebolita lasciando spazio alla ‘ndrangheta e alla camorra, i cui reticoli si propagano a livello transnazionale. Tuttavia, la “rivoluzione criminale” non si è conclusa. Essa ha introdotto i gruppi mafiosi nella globalizzazione, dando luogo a scenari inediti: una «maggiore interconnessione tra soggetti e luoghi diversi», quindi una «maggiore interdipendenza tra gruppi criminali»; «la finanziarizzazione della loro attività e le commistioni tra criminalità organizzata e criminalità economica» (Sciarrone 2002, p. 77). Inoltre, il contestuale arretramento dello stato sul piano dell’economia pare aver creato condizioni favorevoli ai meccanismi di regolamentazione mafiosa dei mercati (Ibid., p. 78).

Le opinioni sul futuro della delinquenza organizzata sono contrastanti. Alcuni sostengono che il modello mafioso stia lasciando il passo a forme più flessibili di criminalità (5), in grado di muoversi agevolmente in un quadro dominato dalla finanza deregolamentata e da colletti bianchi disponibili a coprire le più spericolate attività di riciclaggio. Ciononostante, le fitte cronache giudiziarie non  lasciano dubbi: il giorno della sconfitta per le mafie sembra ancora lontano, soprattutto ora che la questione sembra ormai lontana dalle priorità dell’agenda politica.

Ciro Dovizio, Lapsus, Milano, Aprile 2015.

Note

1) Essendo ormai invalso nella comunità scientifica l’uso estensivo del sostantivo “mafia” e dell’aggettivo “mafioso”, essi sono impiegati in questa sede con riferimento alle grandi organizzazioni criminali italiane (mafia, camorra, ‘ndrangheta). Va tuttavia tenuto presente che un loro utilizzo appropriato li vorrebbe connessi alla sola Cosa nostra.

2) È la nota tesi di Arlacchi 1983, più volte riproposta.

3) L’espressione indica l’ambiente contiguo alla delinquenza mafiosa formato da familiari, imprenditori, politici, funzionari pubblici e professionisti. Per la sua definizione vedi Lupo 2007, p. 12 e Aitala 2013.

4) Lo schema è di Block 1980, ma è spesso ripreso dalla letteratura più accreditata. La sfera del power syndacate riguarda i meccanismi di dominio del territorio, mentre l’enterprise syndacate concerne l’organizzazione dei traffici illeciti. Nella realtà i due aspetti sono intrecciati e si condizionano vicendevolmente.

5) Per un’analisi di questa ipotesi vedi Sciarrone 2009, p. 25.

Bibliografia:

Aitala, R., 2013

Fenomenologia dei poteri mafiosi, in «Limes. Rivista italiana di geopolitica», XX, n. 10, Il circuito delle mafie, Novembre;

Arlacchi, P., 1983

La mafia imprenditrice. L’etica mafiosa e lo spirito del capitalismo, Il Mulino, Bologna.

Barbagallo, F., 2010

Storia della camorra, Laterza, Roma-Bari.

Becchi, A., – Turvani, M., 1993

Proibito? Il mercato mondiale della droga, Donzelli, Roma.

Block, A., 1980

East Side West Side: Organizing Crime in New York 1930-1950, Transaction Books, New Brunswick.

Ciconte, E., – Forgione, F., – Sales, I., (a cura di) 2013

Atlante delle mafie. Storia, economia, società, cultura, Rubbettino, Soveria Mannelli.

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Storia criminale. La resistibile ascesa di mafia, ‘ndrangheta e camorra dall’Ottocento ai giorni nostri, Rubbettino, Soveria Mannelli.

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Dickie, J., 2013

Mafia republic. Italy’s Criminal Curse: Cosa nostra, Camorra and ‘Ndrangheta from 1946 to the Present, Sceptre (trad. it: Mafia republic. Cosa Nostra, camorra e ‘ndrangheta dal 1946 ad oggi, Laterza, Roma-Bari).

Dickie, J., 2011

Blood Brotherhoods. The Rise of the Italian Mafias, Sceptre (trad. it: Onorate società. L’ascesa della mafia, della camorra e della ‘ndrangheta, Laterza, Roma-Bari 2012.

Lupo, S., – Savatteri, G., 2010

Potere criminale. Intervista sulla storia della mafia, Laterza, Roma-Bari.

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Quando la mafia trovò l’America. Storia di un intreccio intercontinentale, 1888-2008, Einaudi, Torino.

Lupo, S., 2007

Che cos’è la mafia. Sciascia e Andreotti, l’antimafia e la politica, Donzelli, Roma.

Lupo, S., 1996a

Storia della mafia dalle origini ai giorni nostri, Donzelli, Roma.

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Andreotti, la mafia, la storia d’Italia, Donzelli, Roma.

Lupo, S., – Mangiameli, R., 1990

Mafia di ieri, mafia di oggi, in «Meridiana. Rivista di storia e scienze sociali», III-IV, n. 7-8, settembre-gennaio.

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Il coltello e il mercato. La camorra prima e dopo l’unità d’Italia, L’ancora del mediterraneo, Napoli.

Pezzino, P., 1990

La tradizione rivoluzionaria siciliana e l’invenzione della mafia, in «Meridiana. Rivista di storia e scienze sociali», III-IV, n. 7-8, settembre-gennaio.

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La mafia come metodo e modello, in «Limes. Rivista italiana di geopolitica», XXI, n. 11, Quel che resta dell’Italia, Novembre.

Sciarrone, R., 2014 (a cura di)

Mafie del Nord. Strategie criminali e contesti locali, Donzelli, Roma.

Sciarrone, R., 2009

Mafie vecchie, mafie nuove. Radicamento ed espansione, Donzelli, Roma.

Sciarrone, R., 2002

Le mafie dalla società locale all’economia globale, in «Meridiana. Rivista di storia e scienze sociali», XVI, n. 43.

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