Milano: l’antimafia non serve alla vetrina

antimafia milanoScrivere di antimafia, in queste settimane, è forse ancora meno facile che in altri periodi. La delegittimazione e la crisi di credibilità, dovuta ai recenti fatti che hanno coinvolto ad esempio il giornalista Pino Maniaci – al di là di come si svilupperà l’iter giudiziario – piuttosto che Rosy Canale, o Silvana Saguto, impongono dunque ancora più attenzione, cautela e serietà. In più, il contesto della campagna elettorale che caratterizza le principali città italiane, da Roma, a Milano, da Napoli a Bologna, fa si che il rischio di prestare il fianco a strumentalizzazioni dell’uno o dell’altro campo, sia reale.

In questo quadro tuttavia, facciamo nostro con convinzione, lo stimolo che arriva dall’Associazione daSud: nelle campagne elettorali in corso, nel dibattito in corso nelle città e nel paese, mancano riflessioni e progettualità serie ed articolate sull’antimafia. Manca l’antimafia intesa non come fine, come necessità di plasmare eroi o come brand per intercettare nicchie di pubblico od elettorali (come si è dimostrato una volta di più lo scorso 23 maggio, in occasione dell’anniversario della Strage di Capaci, con tweet e post commemorativi), ma come punto di vista e come antimafia sociale. E crediamo che questo valga anche per Milano.

La storia recente della città, con il susseguirsi di mega eventi come Expo 2015, ma anche l’ormai consolidato Salone del Mobile, la settimana della moda ed altri, ha determinato un immaginario di Milano come di città modello, avamposto italiano della ripresa economica e del rilancio in chiave europea ed internazionale. Elementi che sarebbe miope non considerare, alla luce delle più serie difficoltà di quasi tutte le altre grandi città italiane, a partire dall’agonizzante capitale, ma che determinano un racconto della metropoli edulcorato, superficiale, che rimuove le contraddizioni e i profondi elementi di complessità della metropoli, dando una rappresentazione pietista delle periferie, dove i temi dell’emergenza abitativa, della disoccupazione giovanile e della ritirata del welfare, ci restituiscono una fotografia dell’area metropolitana più complessa e veritiera.

L’impressione è quella che Milano, anche alla luce della certificazione di “ritrovata capitale morale” assegnatale nell’ottobre 2015 dal presidente Anac Raffaele Cantone (ma come dimenticare, per esempio, che ancora nel novembre 2015, l’ex Dg di Expo Malangone veniva condannato con altri dirigenti?) si stia costruendo una sorta di magnifico isolamento, un’immagine illusoria come di un’isola felice che risponde a vario titolo a finalità elettorali od a modelli di sviluppo che fanno della retorica del futuro un mantra che rischia seriamente di rimanere chiuso nella cerchia dei bastioni e di alcuni settori sociali.

Questo significa essere sempre “sempre per il no”? Auspicare il “tanto peggio tanto meglio”? No, significa non cedere alla retorica slegata dalla realtà, significa non chiudere gli occhi di fronte a problemi di vaste proporzioni, significa ribadire che anche a Milano le mafie sono presenti da tempo e che negli ultimi anni retate e blitz non sono riusciti a conseguire risultati efficaci. Nel febbraio 2016, in occasione di una serie di arresti, il pm della Dda di Milano ha dichiarato:

Sono passati 5 anni e mezzo dagli arresti di Crimine Infinito, e siamo ancora qua a svolgere indagini che testimoniano la penetrazione della ‘ndrangheta calabrese in territorio lombardo. Purtroppo in pochissimi casi le vittime denunciano la sua presenza al Nord.

Per non parlare del mercato della droga, che vede a Milano ed in tutta la Lombardia un hub logistico “pacificato” di smercio e di consumo, che tiene insieme il ritorno dell’eroina nelle periferie con lo sballo trasversale della cocaina.

Milano continua dunque ad essere città di mafie, sia italiane, come dimostra il recente arresto di due boss della Camorra, rifugiatisi nel quartiere Bovisa dopo una strage nel rione Sanità di Napoli, che straniere, secondo quanto emerso da una recente relazione della Dia.

Il lavoro attento e puntuale del Comitato Antimafia, insediatosi a Milano nel 2011 sotto la guida del Prof. Nando Dalla Chiesa, non va disperso e indebolito, nella consapevolezza che la delega colpevole dell’Antimafia a Magistrati, giornalisti, associazioni e familiari delle vittime, ha contribuito ad affidare una sorta di certificazione antimafia che si è palesata, di volta in volta, nella ricerca di un consenso di maniera”, come hanno denunciato con rigore Celeste Costantino ed Erasmo Palazzotto recentemente su Repubblica. Anche nella campagna elettorale milanese, sono debolissimi e spesso “di maniera”, riferimenti e proposte ad una progettualità Antimafia che vada oltre la ricerca di preferenze di queste settimane.

Da nord a sud, l’antimafia non può essere delegata alle procure o diventare materia da televendita elettorale. Dove il tema non sia già esploso o di attualità, il rischio serissimo, è che ci siano bruschi risvegli.

Associazione Lapsus

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