‘900 criminale: introduzione alla mostra ed ai concetti

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La mostra prevede un percorso narrativo che, partendo dall’Unità d’Italia fino ad arrivare ai giorni nostri, analizza lo sviluppo delle tre maggiori organizzazioni criminali, Mafia, Camorra e ‘Ndrangheta, dalle origini alla globalizzazione, in 7 grandi fasi corredate da 14 approfondimenti tematici e con il supporto di contenuti multimediali.

La mostra “’900 criminale” è un itinerario sulla storia delle principali associazioni mafiose italiane: mafia, ‘ndrangheta, camorra. Il percorso prende avvio dalla fine dell’800 e si articola lungo una serie di postazioni multimediali, ciascuna delle quali illustra circa un decennio di storia e si compone di diversi pannelli in cui l’evoluzione dei gruppi criminali è narrata attraverso testi, immagini e video.

Nell’esposizione cronologica delle vicende mafiose abbiamo scelto di dedicare maggiore spazio alla fase novecentesca piuttosto che a quella delle origini, sia per la maggiore quantità di eventi, dati e studi disponibili sul periodo, sia perché crediamo che i momenti cruciali di questa storia vadano individuati proprio nel secolo scorso.

Per comporre una narrazione complessa, ma allo stesso tempo aperta al grande pubblico, ci siamo dedicati innanzitutto ad una lunga fase di studio condotta su testi di carattere storico-sociologico, e in seguito alla cura di un apparato multimediale in grado di mostrare al visitatore i volti delle tre organizzazioni criminali.

Come tale è perciò risultato di una selezione accurata che potrà sembrare al visitatore priva di alcuni temi importanti che pur emergendo in rapporto al filone centrale del ragionamento e rintracciabili nei singoli pannelli, avrebbero richiesto uno trattazione esauribile soltanto da un progetto specificamente dedicato.

Con i pannelli che seguono vogliamo perciò offrire ai giovani studenti delle scuole superiori, ai loro colleghi universitari e in generale ai cittadini interessati a comprendere la società contemporanea uno strumento di informazione e orientamento utile ad acquisire maggiore consapevolezza sulla pericolosità dei fenomeni mafiosi, nella convinzione che nessun cambiamento reale sia possibile se non a partire dalla promozione della conoscenza.

Strumenti e concetti per orientarsi nella mostra.

Articoli di cronaca, dibattiti televisivi, pellicole cinematografiche ci hanno abituati a considerare le organizzazioni mafiose come soggetti fuori dal tempo, situati cioè in una dimensione metastorica, priva di riferimenti cronologici ed in qualche modo compressa in un eterno presente voluto sempre uguale a sé stesso.

E invece mafia, camorra e ‘ndrangheta sono fenomeni criminali nati oltre un secolo e mezzo fa, nei decenni centrali dell’’800, sotto una stessa cornice politica e istituzionale, il Regno delle Due Sicilie di casa Borbone, con alcuni tratti in comune e discriminanti rispetto ad altre forme di delinquenza associata.
Ogni singola aggregazione si è sviluppata in maniera autonoma, in un contesto storico-sociale preciso e con caratteri peculiari, ma è altrettanto vero che tali forme di criminalità, secondo quanto ci è dato sapere dalle fonti, sono apparse pressappoco nello stesso periodo storico e in un quadro geopolitico condiviso, costruendo fra loro nel tempo numerosi punti di contatto, relazioni, spazi di comunicazione.
I primi gruppi criminali si formano sul modello delle sette segrete e della massoneria, nella fase d’incubazione del movimento nazionale. Fu nelle isole confinarie e nelle case di pena che i mafiosi incontrarono gli oppositori politici accusati di cospirazione, spesso membri di società segrete anti-borboniche.

Da sette di questo tipo viene mutuato il variegato patrimonio organizzativo, rituale e simbolico che da allora diverrà caratteristico dell’universo mafioso, mantenendosi talvolta inalterato fino ai giorni nostri. Tenendo presenti le differenze sostanziali fra i rispettivi ambiti di nascita e sviluppo, centri comuni d’irradiazione del fenomeno mafioso sembrano essere stati le carceri e l’esercito.

A questi ambienti si riferisce, in relazione alla camorra napoletana, Marc Monnier (1862), scrittore svizzero fra i primi studiosi del fenomeno; così come è nelle carceri palermitane ad essere ambientata l’opera teatrale “I mafiusi de la Vicaria” (1863) di Giuseppe Rizzotto e Gaspare Mosca, la prima testimonianza scritta a registrare l’esistenza di un sodalizio criminoso noto come “mafia”. Dunque le prime forme di crimine associato ricalcano schemi, simboli e pratiche delle sette segrete dei ceti aristocratici e borghesi. In questo nesso sembra trovino spiegazione il carattere elitario e in certo senso solidaristico tipico dei gruppi mafiosi; la loro tendenza ad autorappresentarsi come difensori delle rispettive comunità di appartenenza, e in special modo dei loro elementi deboli; il loro ergersi a custodi di valori tradizionali quali l’onore: concetto anch’esso di derivazione aristocratica e denotante la regola d’obbedienza in vigore nelle società di mafia.

Ma non si limitano a queste le caratteristiche condivise da cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta. Prendendo le distanze dal quadro e osservandone la storia da una prospettiva d’insieme è possibile identificare un nucleo di specificità comuni che hanno consentito loro di incarnare nella vicenda italiana una funzione precisa, quella di dare corpo a un “lato oscuro” della modernizzazione: la presenza di un vincolo coercitivo condiviso dagli associati e di strutture organizzative a geometrie variabili, garanzie da un lato di compattezza, identità e impenetrabilità, dall’altro di flessibilità e capacità di adattamento; la tendenza ad esercitare mediante il ricorso alla violenza un dominio serrato del territorio, fonte di consenso e riconoscimento sociale; soprattutto, il capitale relazionale, vale a dire la capacità di allacciare rapporti e costruire reti sociali.

Grazie a questi principi costitutivi, forme di delinquenza sub-regionale – tradizionalmente insediate in territori circoscritti – sono state in grado di autoperpetuarsi sotto forma di gruppi strutturati, riuscendo, in tempi e luoghi diversi, ad “istituzionalizzarsi” e a configurarsi come modelli vincenti di radicamento territoriale ed espansione transnazionale. Inoltre, se si inquadra in un’ottica processuale la storia recente delle tre mafie, considerandole sia singolarmente sia nel loro insieme, è indubbio che attraverso itinerari propri, ma in un crescendo di contatti reciproci, esse abbiano acquisito fra gli anni settanta e gli anni novanta del ‘900 dimensioni senza precedenti, tali da indurre a collocare in questa fase lo snodo decisivo di una “rivoluzione criminale”.

Le vicende dei fenomeni di delinquenza associata si articolano lungo traiettorie complesse e fino a un certo punto indipendenti. Il caso della mafia siciliana è il più precoce ed emblematico: essa si caratterizza fin dalle origini per una forte proiezione internazionale, che  in America dà luogo a forme criminali affini, sviluppatesi nel tempo attraverso il transito di uomini, merci e modelli organizzativi da una parte all’altra dell’atlantico. Tuttavia è dal secondo dopoguerra che la mafia vive una fase di rinnovata espansione, destinata ad arrestarsi all’inizio degli anni sessanta per riprendere con slancio nella seconda metà del decennio. In questo lungo periodo, come in passato, sono aspetti della modernità ad offrire i maggiori spazi di crescita: da un lato i finanziamenti pubblici e il nesso con le élite politiche alimentano la speculazione edilizia nell’area di Palermo; dall’altro l’interconnessione degli spazi geografici intensifica i flussi di traffico illecito. Poco dopo, negli anni settanta, la storia della mafia si annoda a quella della camorra, la cui vicenda è più antica, ma soggetta a forte discontinuità: quest’ultima accede al grande contrabbando di sigarette e poi di stupefacenti da posizione subalterna, ma presto si autonomizza esprimendo progetti indipendenti di radicamento ed espansione. Dalla neonata rete camorristico-mafiosa altre organizzazioni traggono risorse per svilupparsi: la ‘ndrangheta calabrese, di radici antiche, e l’arcipelago criminale pugliese, di recente formazione. La prima, emancipandosi dagli altri gruppi, assumerà negli anni ’90 l’egemonia dei mercati illegali, estendendosi in molte regioni del centro-Nord Italia e in diverse parti del mondo.

Come si vede, le diverse traiettorie tendono a convergere fra gli anni settanta e gli anni  novanta, periodo durante il quale la violenza mafiosa si fa più intensa, assumendo toni eversivi; in cui viene alla luce  il fitto reticolo di collusioni che collega le organizzazioni criminali all’establishment politico ed economico; in cui il paese attraversa il terrorismo politico e mafioso, l’effimera stabilizzazione degli anni ’80 e infine il crollo del sistema politico repubblicano all’inizio del decennio seguente. Sintetizzando, le trasformazioni più importanti di questa stagione, che consentono il salto di qualità dei poteri mafiosi, riguardano l’estensione dei loro reticoli relazionali.

A scompaginare gli equilibri è l’enorme flusso di denaro proveniente dal commercio di stupefacenti, per il controllo del quale esplodono conflitti violenti in tutte le organizzazioni. L’aumento delle risorse obbliga i mafiosi ad allargare i circuiti di riciclaggio: si rivela più che mai necessario diversificare gli investimenti nell’economia legale, circostanza che produce un inedito addensamento della «zona grigia», l’area di contiguità in cui si muovono imprenditori, professionisti e rappresentanti delle istituzioni in vario modo collusi con le mafie. L’infiltrazione del sistema economico raggiunge livelli allarmanti: quote di società del terziario, segmenti del comparto edilizio e immobiliare cadono sotto il controllo dei gruppi mafiosi . Nel contempo anche i traffici si rinnovano: ad armi e droga si affiancano i rifiuti tossici interrati in Campania o scaricati in mare. La crescita degli affari produce fenomeni di espansione territoriale e di razionalizzazione organizzativa, tuttavia la natura profonda dei gruppi mafiosi non sembra aver subito mutazioni significative, continuando a ruotare intorno al controllo dei territori di tradizionale insediamento.

Dalla fine della guerra fredda anche il mondo delle mafie è cambiato molto. Cosa nostra, dopo la repressione subita negli anni ’90, si è indebolita lasciando spazio alla ‘ndrangheta e alla camorra, i cui reticoli si propagano a livello transnazionale. Inoltre, la “rivoluzione criminale” ha introdotto i gruppi mafiosi nella globalizzazione, dando luogo a scenari inediti: una crescente interazione tra soggetti e luoghi diversi, quindi una maggiore interconnessione tra gruppi criminali; la finanziarizzazione della loro attività e l’intreccio tra criminalità organizzata e capitalismo d’avventura. Inoltre, il contestuale arretramento dello stato sul piano dell’economia pare aver creato condizioni favorevoli a tentativi di regolamentazione mafiosa dei mercati.

Le opinioni sul futuro della delinquenza organizzata sono contrastanti. Alcuni sostengono che il modello mafioso stia lasciando il passo a forme più flessibili di criminalità, in grado di muoversi agevolmente in un quadro dominato dalla finanza deregolamentata e da colletti bianchi disponibili a coprire le più spericolate attività di riciclaggio. Ciononostante, le fitte cronache giudiziarie non lasciano dubbi: il giorno della sconfitta per le mafie sembra ancora lontano, soprattutto ora che la questione è trascurata dall’agenda politica.

Ciro Dovizio, Lapsus

Per approfondire, segnaliamo anche l’articolo “Riflessioni sulla storia delle mafie in Italia: un’ipotesi interpretativa“, pubblicato sulla rivista spagnola di Storia Contemporanea “Tiempo devorado” nel maggio 2015 a cura di Ciro Dovizio.

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Un progetto a cura di Associazione Lapsus dedicato allo studio dei fenomeni criminali nell'epoca della Globalizzazione

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